I curdi, per amici solo le montagne. E l’Europa rimane a guardare

fotografia collri, esterno, 6 donne curde combattenti unità delle donne libere, vestite di verde, sfondo telo azzurro con fotografie, bandiere e alberi
Montagne di Qandil, al confine tra Iran e Iraq: alcune combattenti dello YJA-Star (Unità delle donne libere-Yekîneyên Jinên Azad ên Star)
fotografia collri, esterno, 6 donne curde combattenti unità delle donne libere, vestite di verde, sfondo telo azzurro con fotografie, bandiere e alberi
Montagne di Qandil, al confine tra Iran e Iraq: alcune combattenti dello YJA-Star (Unità delle donne libere-Yekîneyên Jinên Azad ên Star)

HENRY FERRARO – Mentre Erdogan scalda i motori dei tank e dei caccia, per prepararsi a invadere il Kurdistan a nord della Siria, quasi tutti gli altri attori in campo hanno mosso i pezzi sulla scacchiera. In testa l’Isis – che si sta riorganizzando, secondo alcuni osservatori anche grazie al sostegno occulto della Turchia – ma anche i suoi tradizionali avversari, la Russia e gli Usa. L’unico interlocutore rimasto immobile è l’Europa, da tempo incapace di una strategia credibile nella regione, tesa a restituire ai curdi almeno qualcosa dell’enorme contributo speso per sconfiggere lo Stato islamico.

L’obiettivo del sultano turco è il Rojava, l’enclave curda ai propri confini, che di fatto rappresenta un vero e proprio stato curdo a Est dell’Eufrate, ritenuto contiguo a quel Pkk il cui leader, Abdullah Öcalan, è tenuto in carcere, nell’isola di Imrali, da oltre vent’anni.

Il Rojava, incubo di Ankara, è di fatto una repubblica libera, ai limiti del matriarcato, e il suo esercito è l’unico ad avere sconfitto le milizie jihadiste del Califfo. Non certo in modo indolore, ma lasciando sul campo almeno diecimila giovani vittime, fin dalla storica battaglia per la riconquista di Kobane, che segnò l’inizio del declino di Isis.

Una guerra al Califfato che i curdi avevano iniziato con determinazione dopo il genocidio dei fratelli Yazidi, provenienti da Sinjar, in Iraq. Migliaia di loro, negli anni di massimo fulgore per l’Isis, sono stati uccisi, migliaia di ragazze e donne sono state rapite, stuprate e umiliate, centinaia di migliaia di civili sono stati costretti a fuggire.

Acquisita una progressiva autonomia dopo i successi militari, presto il Rojava è diventata una presenza ingombrante per Erdogan. Ma una sua invasione sarebbe possibile senza l’avallo del vero regista della guerra, sul territorio siriano? Certamente no. Per il via libera alle truppe, Erdogan è dovuto passare da Putin, che gliel’ha concessa, come ha ben spiegato nei giorni scorsi Alberto Negri sul Manifesto, uno dei più autorevoli studiosi delle crisi mediorientali. Questo in cambio di una mano per allontanare i Jihadisti da Idlib, l’ultima roccaforte islamica in territorio siriano ostile ad Assad. Erdogan va insomma a prendere i miliziani islamici a Idlib e li libera, forse addirittura li arma, utilizzandoli come arieti contro le brigate curde del Rojava.

Poche, precise e all’insegna della consueta real-politik, le contromosse americane. Gli Usa, sulla carta alleati dei curdi contro l’Isis, dopo averli sfruttati sul terreno, di fatto ora li abbandonano al loro destino, per non perdere quel che resta di un alleato strategico nella regione. Ricordiamo come in Turchia, a Incirlik, gli americani abbiano ancora la più grande base militare di caccia, missili e bombardieri, segnatamente a nord dell’Iraq e dell’Iran. Una scelta a cui non sono estranee le tensioni proprio con Teheran, altro alleato di Ankara sul fronte siriano.

Perché l’Europa è immobile? Di certo aspetta Erdogan sul fronte greco-cipriota, dove il sultano minaccia di intervenire a sostegno della propria enclave sull’isola, un satellite dell’Europa ai confini con l’Asia, per garantirle lo sfruttamento delle risorse sottomarine di gas, a cui anche l’Eni è interessata. Il tutto dopo la scoperta di alcune enormi fonti energetiche nell’Egeo.

Una partita complessa, ma che potrebbe ulteriormente complicare i già tesi rapporti tra Ankara e Bruxelles. E non è certo tutto. La verità è che in Siria l’Europa non sa che pesci pigliare. E non vuole certo complicare le sue relazioni già compromesse con la Russia, dopo le sanzioni seguite all’annessione della Crimea. E forse pone attenzione anche alle relazioni con Trump. Il presidente americano, peraltro, non fa mistero di quel che pensa sull’Unione, fin dall’ultima visita a Londra, in cui ha elogiato la Brexit.

Di fatto, nella seconda settimana di agosto, Erdogan ha ottenuto il via libera da russi e americani. Nel discorso della festa del sacrificio, ha promesso infatti “una nuova vittoria al popolo turco in questo mese”. Il riferimento era alla costituzione di una “safe zone” al confine turco siriano.

“Continueremo a opporci alle trappole che ci vengono poste tramite l’economia e a combattere tutte le organizzazioni terroristiche che ci attaccano”, ha ribadito. Mercoledì 7 agosto Usa e Turchia avevano raggiunto un’intesa sulla istituzione di un centro di comando congiunto per la costituzione e il monitoraggio di una zona tampone. Zona che dalla riva est del fiume Eufrate si estenderà lungo il confine turco siriano e che, secondo il piano di Ankara dovrà essere profonda tra i 30 e i 40 chilometri. L’obiettivo dichiarato? Eliminare le postazioni dei curdi siriani del Pyd-Ypg. Un’operazione per cui la Turchia continua ad incrementare la propria presenza militare al confine con la Siria, dove domenica 11 agosto altri 15 tra mezzi blindati e obici hanno raggiunto il confine di Akcakale e Suruc, nella provincia di Urfa, centro nord della Siria, unendosi ai contingenti di artiglieri e obici a lunga gittata schierati già a luglio.

Insomma, i giochi sembrano fatti e ancora una volta, per i curdi, vale il loro antico proverbio: i curdi non hanno amici, solo le montagne.

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