Architettura, nuovi spazi per la ripresa produttiva

Il logo della rubrica Cultura e Industria, un libro aperto su cui spicca il disegno di un'industria e le sue ciminiere fumanti simbolo dell''architettura industriale.

Quale sarà la ripartenza e lo scenario post-emergenza epidemiologica per le aziende in Italia? Il CNAPPC – Comitato Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori – negli scorsi giorni ha dichiarato che “la rinascita dopo il Covid-19 passerà per gli architetti”. La crisi sanitaria rende infatti necessario immaginare un futuro e un modus vivendi diverso, in quella dimensione spaziale del singolo individuo che possa assumere un ruolo centrale, e porre nuove fondamenta sulle quali far ripartire l’industria del made in Italy.

I progettisti sono chiamati a ripensare nuovi scenari di vita, lavoro e tempo libero, tenendo sempre presente la forte connessione che esiste tra architettura e salute. La nuova missione dell’architetto diventa quella di fornire una risposta alle criticità emerse durante la pandemia e aiutare a modellare la qualità dello spazio dei nostri ambienti, contribuendo alla salute e al benessere di un’intera comunità. Cambierà conseguentemente il modo di pensare la progettazione degli spazi condivisi, che ora consentono di accogliere un numero limitato di persone, e saranno le norme igienico-sanitarie – diventate più restrittive – a determinare le strategie di intervento.

Allo stato, il dibattito si è molto focalizzato sulla riprogettazione delle case, degli uffici, delle attività commerciali, ristorazione e simili, lasciando un grande punto interrogativo sulla ripresa del lavoro nelle fabbriche dove lo smartworking non rappresenta una valida alternativa per contenere possibili situazioni di contagio. D’altra parte, che ne sarebbe di una fabbrica senza lavoratori?

L’architettura acquista quindi la nodale funzione della progettazione di elementi di divisione innovativi, imprescindibili in contesti di lavoro nei quali risulti più complesso il mantenimento del distanziamento sociale e dove l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale spesso non è sufficiente. Dallo studio della planimetria degli spazi, alla scelta dei materiali, fino ai sistemi di circolazione dell’aria, il miglioramento delle nostre vite lavorative e la trasformazione della fabbrica in un ambiente sano, sicuro, smart e flessibile passa attraverso il lavoro degli architetti. Le nozioni di progettazione modulare, l’uso di elementi prefabbricati, partizioni flessibili e strutture leggere, diventeranno le soluzioni più adatte a rispondere a queste esigenze e la realizzazione di nuove configurazioni spaziali avverrà tenendo conto delle misure di distanziamento sociale, mentre il design sarà proiettato all’utilizzo di materiali innovativi capaci di impedire la proliferazione di batteri.

In questo senso, il modello delle smartfactory, fabbriche innovative la cui architettura è modulare, dunque veloce da costruire, ampliare e spostare, nate dalla CPM – leader mondiale nella progettazione e realizzazione di automobili – rappresenta da diversi anni una valida alternativa alla fabbrica, essendo particolarmente vantaggiosa in situazioni in cui viene chiesto alle strutture di adattarsi rapidamente ai nuovi bisogni.

La qualità dell’ambiente in cui lavoriamo è parte fondamentale della qualità della nostra vita, tanto più a fronte di problematiche complesse che coinvolgano la stessa integrità fisica. C’è bisogno di architetti capaci di delineare un disegno strategico utile per il nostro Paese. Sarà l’architettura che, riacquistando il valore che ha sempre avuto, regolerà il complesso rapporto tra l’idea e l’etica, tra la bellezza e la funzionalità, tra la forma e lo spazio, tra la struttura e la funzione. È necessario che la crisi si traduca in una opportunità e che porti ad un miglioramento sostanziale del nostro tessuto produttivo.

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