Luigi Capuana, lo scrittore e il critico

Luigi Capuana, lo scrittore e il critico
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L’immagine che ci trasmette la foto, postata su Internet, di Luigi Capuana è quella di un signore austero, di un vecchio antico. E credo che questo doveva e voleva probabilmente sembrare, avendo anche fatto per un decennio il sindaco della sua piccola città Mineo, in provincia di Catania, ruolo che a quel tempo richiedeva una certa postura. Era anche, naturalmente un letterato, un drammaturgo, professore all’Università di Catania e saggista di successo. Al contrario di quanto volesse apparire, ed in verità, Luigi Capuana è stato tra i più giovani, prescindendo dall’età anagrafica, intellettuali del suo tempo.

Teorico del “verismo”, il movimento letterario italiano, anzi e soprattutto siciliano, parallelo e contemporaneo al movimento naturalista francese di Emile Zola, movimenti affini ma non eguali. Il “verismo” voleva raccontare storie vere ed in qualche misura spersonalizzava dal punto di vista emozionale la scrittura dell’autore che doveva essere oggettiva, quasi scientifica. E Luigi Capuana che scrittore lo era, al contempo è stato anche un entomologo, un uomo di scienza, studiava cioè gli insetti.

I suoi romanzi più conosciuti: Giacinta pubblicato a Milano dall’editore Gaetano Brigola e comp. nel 1879 ed il suo capolavoro Il marchese di Roccaverdina pubblicato a Milano da Treves nel 1901 e sempre l’editore Treves gli aveva pubblicato nel 1882 un libro di fiabe intitolato C’era una volta… Fiabe. Luigi Capuana in questo caso non attinge al ricchissimo archivio storico siciliano di storie popolari e fiabesche ma inventa un suo mondo e un suo modo che risulterà brillante nella scrittura, che è fortemente pedagogico, educativo verso le nuove generazioni che si affacciano alla vita. Il potere, allora prevalentemente quello dei re, non vince mai. Le cento e più fiabe ripetutamente pubblicate nel tempo sono tra gli scritti più belli di Luigi Capuana scrittore.

Giorgio Manganelli, raffinatissimo scrittore, traduttore, giornalista, critico letterario e curatore editoriale, che ho avuto la fortuna di conoscere e che ha scritto per la mia casa editrice Multipla un testo meraviglioso per un libro su Lucio Fontana, in un suo testo pubblicato sul Messaggero di Roma nel 1989***, che qui mi piace riprodurre nella sua integrità, si chiedeva rileggendo le cento fiabe di Luigi Capuana se stavamo parlando di un grande scrittore. Anch’io per quel che conta penso che lo fosse.

Era un’intelligenza inquieta, estremamente curiosa anche verso le scoperte tecnologiche del suo tempo come la fotografia di cui diventerà un grande esperto. Spero di non sbagliarmi, vado a memoria, ma credo che una delle prime foto di un allora giovanissimo Luigi Pirandello è stata scattata proprio da Luigi Capuana che amava i giovani, li sosteneva, li indirizzava. Lo fa da subito proprio con Luigi Pirandello incoraggiandolo a dedicarsi maggiormente alla narrativa più che alla poesia, avendone individuato all’istante, mi verrebbe da dire, la strabiliante qualità della scrittura.

Ed ancora l’ho già ricordato in altre mie note, tra il 1900 e il 1905 nella sola città di Messina erano stati creati da giovanissimi poeti: A. Toscano, U. Saffiotti, Enrico Cardile ed altri che mi scuso di non citare, tre periodici letterari: Le parvenze (1900-1905) Don Giovanni (1901-1902) e Ars Nova (1903-1905) che hanno ospitato un vivacissimo dibattito sulla poesia simbolista francese e poi su Gabriele D’Annunzio e sul verso libero, che D’Annunzio aveva in Italia utilizzato per primo nelle sue Laudi e su cui Gian Pietro Lucini aveva pubblicato un saggio intitolato Il verso libero nel 1908 nelle Edizioni Poesia di Filippo Tommaso Marinetti, era uno dei preludi di quello che poi, a partire dal 1909 Filippo Tommaso Marinetti avrebbe chiamato Movimento futurista.

Ebbene nel dibattito siciliano tutto questo era già presente, confortato dall’avallo, sia pure se volete, tecnicamente parziale di un grande scrittore ed intellettuale già ampiamente riconosciuto come Luigi Capuana che  aveva invitato i giovani a rompere le regole che nel campo della poesia si chiamavano metrica, proponendo manzonianamente (Adelante Pedro, con judicio si puedes) la semimetrica. Uno spirito libero Luigi Capuana che lo porterà in pochi anni ad avallare in tempo reale (1910) la nascita del movimento futurista di Filippo Tommaso Marinetti, con un bellissimo e molto partecipato testo pubblicato sul quotidiano L’ora di Palermo, che abbiamo ripubblicato in un altro numero del nostro giornale, ricevendo a stretto giro di posta un caloroso ringraziamento dal fondatore del movimento futurista: Filippo Tommaso Marinetti.

Luigi Capuana è stato un intellettuale totalmente immerso nel concetto di modernità, anzi potremmo dire una sua punta avanzata. Anche il suo romanzo Il marchese di Roccaverdina pubblicato nel 1901 è un’opera letteraria di straordinaria modernità dove molte sono le storie raccontate che viaggiano parallelamente, intrecciandosi però come un potente DNA che si concentra nella persona del “Marchese” che è il vero, grande ed unico protagonista del romanzo. Convergenze parallele le avrebbe definite, in modo apparentemente illogico, in un contesto completamente diverso di qualche decennio successivo, quel grande politico che fu Aldo Moro. Sì le storie possono essere parallele e allo stesso tempo convergere.

Nel Il marchese di Roccaverdina Luigi Capuana ci riesce e con successo. Racconta la storia d’amore iper tormentata del protagonista prigioniero di uno stato sociale che gli impedisce di sposare una giovane donna alta, pallida, eterea, di una bellezza rara che riscattava totalmente l’umile origine di popolana. Per dieci anni convive con lei armoniosamente ma non ha il coraggio di sposarla. È drammaticamente un uomo shakespeariano “il marchese”, amletico: essere o non essere; sceglie di non essere e cominciano un’infinità di guai e tragedie che lo distruggeranno. Una figura contorta ma allo stesso tempo modernissima nelle sue interne contraddizioni. Una figura drammatica perché drammaturgico è il testo che scrive Luigi Capuana, che non dimentichiamolo è nato e cresciuto a Mineo, a poche decine di chilometri da Gela dove è seppellito Eschilo, il più grande drammaturgo dell’antica Grecia.

Come nella teoria fisica delle stringhe, l’autore mette in scena universi paralleli che però trovano sempre un momento di sintesi nella testa del protagonista. Il viaggio è il suo, gli altri sono solo comprimari. Per togliersi di imbarazzo (sociale e familiare) costringe la donna amata a sposare il suo fattore, bracciodestro, affidando ad entrambi una missione impossibile: quella di convivere castamente. Poi roso dalla gelosia, uccide a tradimento il suo fattore, non confessa e lascia che dell’assassinio venga incolpato un innocente che poi in carcere muore. È l’inizio di una crisi psicologica e di un rimorso senza redenzione del “marchese”, di un’autoanalisi dolorosissima a cui un finto e forzato matrimonio con una nobile donna, vedova, amata in gioventù, non aveva portato alcun rimedio.

Emerge un altro aspetto dell’inesauribile curiosità di Luigi Capuana che amava indagare l’invisibile. Nel romanzo fa parlare o sparlare il suo avvocato di fiducia di “spiritismo”, una reazione quasi naturale, spontanea al positivismo allora imperante in Europa. L’autore che aveva anche scritto un piccolo saggio intitolato Ai raggi X, si avventura, e con successo, nell’analisi del protagonista e del suo rapporto con la morte, non solo l’assassinio compiuto e non confessato, ma anche quello di compare Santi Damura da cui aveva comprato, forzandolo, dopo una teatrale trattativa, un appezzamento di terreno che si trovava proprio al centro della sua tenuta di Margitello e che naturalmente godeva per legge di una servitù di passaggio.

Pur compensato da un buon prezzo, il bracciante si pente amaramente arrivando a suicidarsi impiccandosi ad un albero della terra venduta. Una storia amarissima che ricade psicologicamente, ancora una volta, sulle spalle di un già provato marchese e mette in grande evidenza, come ancora a fine Ottocento il rapporto con la terra, che era in Sicilia, materno: la terra dà la vita, la sua mancanza la toglie. Materia che dovrebbe essere ancora viva ai tempi nostri dove la terra, sempre in Sicilia, è abbandonata a se stessa per il 40-50%, non è più coltivata, con ancora, lo speriamo, un correggibilissimo grande danno per il futuro della comunità all’interno della quale viviamo. Il rapporto con l’aldilà del marchese è anche evidenziato da un morto sacro e venerato tenuto in casa da sempre, un grande crocifisso nero che incombe molto ambiguamente sulla sua esistenza e che il marchese donerà, poi pentendosi, alla chiesa del paese.

Un’altra stringa di questo appassionante romanzo ci racconta un aspetto molto più positivo e creativo del marchese di Roccaverdina. Il tentativo assolutamente insolito nel contesto generale della cultura siciliana, di allora come di oggi, di costituire un consorzio agrario tra i grandi proprietari terrieri confinanti con la sua tenuta di Margitello per una produzione agricola più produttiva, meccanicizzata, come cominciava ad avvenire, con le tecnologie più avanzate. Lo spirito comunitario tra il marchese e i suoi dipendenti, durante la sua permanenza nella tenuta di Margitello durante i lavori è straordinario e magnificamente rappresentato dall’autore. Raro esempio, per non dire unico. Il tentativo, per cause naturali, non ricordo se una lunga siccità o un lungo nubifragio, possibile in quel contesto ma certo non prevedibilissimo, manda in rovina il progetto ed in qualche modo si abbatte come una mannaia sul già tormentato marchese, portandolo definitivamente alla follia e alla morte. Un intreccio denso, drammaturgico, potente. Unico nella sua trama, nel panorama internazionale europeo, solo parzialmente confrontabile con un testo di Lev Tolstoj, un gigante della letteratura mondiale, intitolato Il diavolo, che come età Luigi Capuana lo precedeva di qualche anno (16), che è stato pubblicato postumo nel 1909, sette anni dopo Il marchese di Roccaverdina.

Pietro Germi, un grande regista italiano, ingiustamente quasi dimenticato nel 1953 ne realizzò un film dal titolo Gelosia, che vale la pena rivedere.

Avevo già concluso questa breve nota, quando Gioacchino un amico gentile con cui spesso avevo parlato di Luigi Capuana mi porta un dono, graditissimo, e credo raro: la ristampa di una pubblicazione assai speciale realizzata nel 1887 dove nell’aletta della copertina posso leggere: “All’antica e gloriosa tradizione del genere comico-realistico è ascrivibile il gaio libello, ideato come gioco privato, di Luigi Capuana, Federico De Roberto e Francesco Ferlito, “Saghe & Seghe col senno e con la mano”, edito su carta pregiata, in soli quattro esemplari “autograficamente numerati & firmati”, uno per ciascun autore ed uno per il munifico editore-stampatore Michele Galatola. Un cimelio bibliografico che può e a ben ragione definirsi unico.

Scaturito dalla mai sopita propensione alle burle di Capuana cui inaspettatamente si associava la complicità derisoria ed ironica di De Roberto e del serioso avvocato Ferlito,  il “sublime volume” è da leggere come evasione intellettuale dei tre sodali (cui certo non mancava lo spirito salace dei siciliani dell’area orientale), gioiosi di impegnarsi in una sapiente birichinata alla Rabelais, destinata a suscitare ilarità segrete e compiaciute. Il reprint è stato curato nel 2007 dalla professoressa Sarah Zappulla Muscara per la casa editrice “La Cantinella” che nell’articolato ed intelligente introduzione, da cui proviene la citazione della “fascetta”, ne ricostruisce la storia, il percorso. Ne risulta, ancora una volta sorprendentemente un altro aspetto della personalità di questo grande autore Luigi Capuana. L’ironia (merce rarissima allora in letteratura, ed il senso del gioco (quello intellettuale intendo) a cui con eguale spirito si presta l’altro grande che è stato Federico De Roberto. Mamma mia! mi verrebbe da dire: che maestri! Perché ne siate definitivamente convinti, pubblichiamo l’incipit della pubblicazione.

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C’era una volta il grande scrittore

di Lugi Manganelli tratto dal Messaggero del 27 febbraio 1989

Per me Luigi Capuana è un nome infantile; viene insieme alla Baccini, a Emma Perodi e non so se subito prima o subito dopo un grosso libro di fiabe con rutilanti illustrazioni a colori e cavalli di legno che volano: fiabe. Capuana è entrato nei miei neuroni come un delizioso raccontatore di favole, e tale è rimasto. Ho ancora davanti agli occhi l’edizione rilegata (Salani?) di Chi vuol fiabe, chi vuole?

Mi colpiva lo strano italiano del titolo, evidentemente inclinavo, nella rude infanzia, al purismo sintattico. Volevo un complemento oggetto dopo il secondo “chi vuole?”. Ho forse avuto un’infanzia neorealista? Ci penso con orrore.

Queste memorie sono state riattivate da una nuova edizione (Sellerio, 10 mila lire) di C’era una volta, il primo libro di fiabe di Luigi Capuana: la prima edizione è del 1882. C’era una volta è uno dei libri più popolari di Capuana; negli ultimi dieci anni ha avuto altre due edizioni, una Sellerio, assieme la continuazione del Raccontafiabe, e l’altra in Tutte le fiabe degli Oscar Mondadori, dove sta al primo posto.

Pressoché contemporaneamente, è uscita una ristampa di Istinti e peccati (Lucherini 16.000 lire). È l’ultimo libro di Capuana, uscito nel 1914, un anno prima della morte. Non lo conoscevo, perché non è incluso nella grande silloge delle novelle che Ghidetti ha curato per l’editore Salerno, nel 1974. Insieme è uscito presso Laterza un volumetto Introduzione a Capuana (16 mila lire) di Anna Storti Abate; un libro con molte notizie, piacevolmente scolastico. Non credo che tutto ciò autorizzi a fantasticare un “ritorno a Capuana”, né a legittimare un bilancio critico. Ma due chiacchiere si possono fare. Non amo, ho in uggia, detesto il Capuana novelliere. La sua prosa che è stata definita “disinvolta” mi pare sciatta, povera e inerte; ho l’impressione di leggere un mediocre scrittore francese tradotto da un mediocre traduttore, un tale che aveva fretta. Eppure so che Capuana lavorava accanitamente suoi testi. Quest’ultimo libro, Istinti e peccati, non è meglio degli altri; forse meno ambizioso, che non è male, perché Capuana era anche ambizioso. Nello scrittore di novelle e romanzi – con la sola, quasi incredibile eccezione del Marchese di Roccaverdina – mi danno fastidio alcune cocciute manie, che non son da scrittore. Capuana era convinto di avere delle idee; forse le aveva, che è anche peggio.

Le sue idee erano un bizzarro pasticcio (vedere libretto di Anna Storti Abate, per crederci) di hegelismo (che, nota Bernari nella prefazione di Istinti e peccati, lui chiamava hegelianismo), positivismo, con l’aggiunta dello spiritismo e di un po’ di estetismo assolutamente scadente.

Voleva essere intelligente e colto; forse lo era; e per esserlo gettava l’aria la bêtise, la stoltezza dello scrittore. Tra le sue idee c’era una sorta di fede nella realtà, insaporita da un po’ di occulto. Amava la psicologia: si era persuaso che compito dello scrittore fosse indagare in special modo la psiche femminile. Lo so, adesso, qualcuno mi ricorderà: ha scritto Tortura. È un brutto racconto? No, non è brutto. Se ci fosse meno enfasi, meno psicologia, meno struggimento, meno fato spiegato alle dame; ma insomma, non è brutto.

L’idea che il romanzo, il racconto si reggano sulle idee e sulla psicologia hanno generato diluvi di cattiva letteratura. Ma ci sono i cattivi lettori che vogliono psicologia. Penso a tutti coloro che hanno deplorato la mancanza di psicologia della Lucia dei Promessi Sposi. Difficile spiegare che appunto per questo è la figura chiave. Ma non perdiamo tempo; anche se, dopo tutto, avevo promesso quattro chiacchiere. Capuana non scriveva solo racconti e romanzi; scriveva di tutto: anche fiabe. Le fiabe di Capuana hanno una dignità critica esile. Nel risvolto di Istinti e peccati non sono citate; il libretto Laterza ne parla per due o tre pagine. Non sarà un caso. Eppure. Nella prefazione che scrisse per C’era una volta Capuana confessa il suo stupore di favolista: “non credevo che potesse mai accadere a chi è già convinto che la realtà sia il vero regno dell’arte”. Scrivendo fiabe, Capuana si miracolò: non ebbe più idee, si disinteressò della scienza, non tentò di sondare la psiche del prossimo e, come aveva confessato, perse ogni interesse per la realtà. Come raccontatore di fiabe, Capuana è delizioso. È tutto ciò che non è nei sui racconti ufficiali.

È leggero, agile, ilare, innocente, è interessante, curioso, infine non è quel finto colto e intelligente che ci ha amareggiato per cento e cento pagine. È un po’ bête; ha la stoltezza, la disinformazione del talento. Le fiabe di Capuana non sono soltanto straordinariamente cattivanti; nel mondo dello scrittore rappresentano un perfetto rovesciamento, un carnevale letterario; qui non c’è nulla di ciò cui ostinatamente Capuana affidava la sua ambizione di scrittore. Non c’è filosofia, non ci sono concetti; e dunque, tolti di mezzo a questi deformi e invadenti personaggi, c’è qualcosa che oseremmo chiamare letteratura. Sono convinto che questo sia il punto: Capuana è scrittore mediocre, eccetto che nelle fiabe. Nelle fiabe non ideologizza, non indaga, non soffre, non moraleggia; nuota come un folletto nello spazio irresponsabile degli sventurati, dei Re, delle Fate, dei tesori. Per favore, toglietemi da presso queste donne un po’ matte, questi adulteri travagliosi, queste agonie di lusso un po’ cheap; io fo due chiacchiere con Serpentina e il Lupo Mannaro, e mi trovo a mio agio.

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