La biopolitica contro la disurbanità

Aristotele Digitale

Annuncio che segue una disamina-premessa. Per arrivare a cosa? Alla biopolitica. Quando cambia tutto, e tutto è cambiato, si ricompongono gli elementi che riconfigurano processi di civilizzazione, cioè i rapporti tra il soggetto, i soggetti, i territori, le condizioni materiali di vita e i valori.

 

Non uso il termine civiltà perché ritengo sia stato usato come autovalutazione per dire che si è migliori di altri. 

Siamo abituati ad interpretare questi processi rispetto a tempi lunghissimi, ma ho il sospetto che i cambiamenti nella civilizzazione siano stati elaborati in tempi sempre lunghi, ma poi sia sempre collassati in tempi brevi e con eventi imprevisti

 e per molti aspetti estranei alle ragioni vere del collasso. 

In questo nostro tempo l’evento è il covid-19.

 

I sintomi: lo svuotamento delle metropoli, la loro dis-funzione, l’impossibilità di distinguere città e campagna, interno ed esterno, la disarticolazione dei confini materiali e immateriali, la disintermediazione in atto ovunque con la disgregazione di tutti i corpi intermedi, la perdita ovunque del centro (non tanto quello politico, quanto quello nel contempo spaziale e sociale).

 

Processi di aggregazione urbana e territoriale del tutto occasionali in una sorta di nomadismo isterico che non riesce a trovare una qualche ragione se non la fuga da qualcosa. Ci sono nel pianeta almeno una ventina di aggregazioni senza identità di nessun tipo che vivono del baratto e che hanno dimensioni che vanno dai quindici milioni di abitanti sino alla sessantina di milioni e che hanno invaso territori senza alcuna forma e indifferenti ai tradizionali confini degli stati.

 

Ci sono città che vengono chiamate tumorali totalmente chiuse in se stesse nelle quali non entra nemmeno la polizia degli stati nelle quali si trovano. Ci sono una quantità di favelas o di periferie nella quali la legge è la violenza e la sopraffazione, e così guardandoci attorno. Vogliamo chiamarle città? 

 

Forse sta collassando la civilizzazione che abbiamo costruito attorno al valore/lavoro, allo sfruttamento incondizionato delle risorse, al potere come mediazione dei conflitti, alla presunzione di verità dei saperi, attorno alla separazione tra città e campagna, tra produzione e consumo, tra il contadino e l’operaio (la produzione)  e il dandy e il flâneur (il consumo).

Insomma, la civilizzazione dell’urbanità metropolitana. Quella civilizzazione che ha cercato in tutti i modi l’emancipazione collettiva verso la democrazia producendo però il proprio negativo.

 

Oggi persino il giullare che in Italia si è sostituito al re può affermare che la dittatura è migliore della democrazia, perché solo il dittatore può dar da mangiare a tutti. Magari con un reddito di cittadinanza. Forse dovremmo interrogarci attorno ad una parola nuova nella forma ma antichissima nel contenuto: biopolitica.