Dossier/Glasgow, una lotta infinita – An endless struggle

la foto a colori mostra una fabbrica con un insieme di ciminiere

Tre momenti di riflessione

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I numeri fanno a pugni con le buone intenzioni

Fino ad oggi l’estrazione e il consumo di energia fossile nel mondo sono stati agevolati da contributi statali calcolati complessivamente nella misura di 480 miliardi di dollari l’anno. Senza di essi l’energia costerebbe molto di più e i consumi si ridurrebbero drasticamente. Alla COP 26 di Glasgow si è discusso anche di questo perché il primo provvedimento da prendere dovrebbe essere quello di spostare i contributi dal settore delle energie non rinnovabili e inquinanti a quello delle rinnovabili e pulite. Lo si sta facendo? Troppo poco, secondo un’indagine della BBC.

Il presidente Joe Biden – piuttosto coraggiosamente – ha affermato che entro il 2022 il governo Usa non spenderà più un dollaro per sostenere il settore delle energie fossili. Per il momento i contributi ammontano a 20 miliardi di dollari l’anno. (https://www.eesi.org/papers/view/fact-sheet-fossil-fuel-subsidies-a-closer-look-at-tax-breaks-and-societal-costs )

Piccoli scandali ed errori epocali

Il primo ministro inglese Boris Johnson aveva dichiarato che non sarebbero stati più erogati sussidi alle compagnie energetiche del Regno Unito impegnate all’estero. Invece si è scoperto l’anno scorso che l’agenzia governativa inglese, l’UKEF (UK Export Finance) investiva cifre ingentissime per nuove prospezioni relative a petrolio e gas naturale. Ne è seguito un piccolo scandalo parlamentare perché si è calcolato che i progetti finanziati una volta portati a termine determinerebbero l’emissione di 69 milioni di tonnellate di carbonio all’anno. Cioè un sesto delle emissioni annuali del Regno Unito. Ma fuori dal Regno Unito!

L’inquinamento finanziato dai grandi del pianeta

Purtroppo non c’è da scandalizzarsi. Nell’ultimo rapporto del FMI (Fondo Monetario Internazionale) si legge che nel 2017 i Paesi sviluppati sostenevano le energie di origine fossile con il 6,5% del Pil planetario, cioè 5,2 trilioni di dollari. Questa percentuale oggi invece che diminuire è aumentata di mezzo trilione di dollari. Ecco i sussidi dei maggiori finanziatori di energie non rinnovabili. La Cina le sostiene ogni anno con 1,4 trilioni di dollari, gli Usa con 649 miliardi, la Russia con 551 miliardi.

La scienza ci salverà?

 Gli attuali leader del mondo sviluppato hanno responsabilità relative su questi paradossi. Casomai dovremmo attribuire tali responsabilità ai politici degli anni ’60 che erano stati avvertiti dai ricercatori della insostenibilità di questo modello di sviluppo nel lungo periodo. Ma nei decenni della ricostruzione postbellica era di primaria importanza avere quantità di energia sempre maggiore a costi bassi. Il problema ambientale sarebbe stato risolto dalla scienza successivamente. Era un atto di fede nella nuova religione della scienza, ma non siamo nelle condizioni di affermare che tale atto di fede fosse legittimo.

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Il nemico carbone

Sabato sera dopo infinite trattative i rappresentanti di 200 Paesi impegnati nel combattere le conseguenze dei gas serra giungono alla redazione di un documento finale. Per la prima volta viene indicato esplicitamente come principale nemico il carbone, responsabile del 40% delle emissioni di CO2. Al petrolio e al gas ci si penserà dopo. I rappresentanti di Cina e India – cioè un terzo della popolazione mondiale – si oppongono al proposito di “eliminare gradualmente” il carbone, costringendo i redattori del Glasgow Climate Pact a usare l’espressione “ridurre gradualmente” il carbone. I loro programmi di sviluppo per l’eliminazione della povertà non possono farne a meno in tempi brevi e la gran parte dell’inquinamento è stata prodotta dai Paesi sviluppati. Ciascuno si assuma le sue responsabilità.

Il sogno del valore 1,5 C

 Gli impegni al ribasso presi dai governi deludono gli scienziati e i Paesi a rischio. Gli impegni presi collettivamente potranno limitare il riscaldamento a 2,4°C e non a quel 1,5°C, indicato dagli esperti come il massimo sostenibile dal pianeta senza gravi danni per i più esposti. I ministri dell’ambiente presenti sono fortemente delusi. Bisognerebbe abbattere le emissioni nocive del 45% entro il 2030 ed eliminarle entro il 2050, ma si teme che ciò non avverrà. E non è tutto. Anche per conseguire questi obiettivi limitatissimi i Paesi ricchi a partire dal 2009 avrebbero dovuto erogare 100 miliardi di dollari ogni anno a favore dei Paesi poveri, ma l’impegno non è stato mantenuto fino al 2020. È molto grave se si considera che tale cifra rappresenta appena un quinto dei sussidi che vengono ancora erogati a favore di gas, petrolio e altri combustibili fossili.

I Paesi a basso reddito invocano il principio di giustizia climatica

 Il principio della giustizia climatica non vale per i bilanci dei Paesi ricchi. C’è anche chi rema contro. Abbandonare il carbone per Paesi che ne dispongono in grandi quantità e lo utilizzano per la propria crescita è una richiesta pesante. Tuttavia Polonia, Vietnam, Cile e altri si sono impegnati a diversificare la produzione di energia elettrica. Cina, India, Russia, Australia e Arabia Saudita, ciascun Paese per ragioni diverse, hanno fatto il possibile per rendere meno aggressiva la guerra alle energie di origine fossile. I Paesi a basso reddito invocano il principio di giustizia climatica, secondo cui non è legittimo chiedere gli stessi sacrifici ai Paesi che hanno fondato il loro benessere sullo sconvolgimento climatico e i Paesi che ne subiscono le conseguenze. Anzi sarebbe logico che, oltre a frenare il riscaldamento globale, i Paesi ricchi indennizzassero preventivamente i Paesi che inevitabilmente patiranno gli esiti di una politica energetica sconsiderata. La discussione è appena iniziata.

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Glasgow, Manifestazione giovane, misure vecchie – Youngsters’s hopes belied (già pubblicato l’8 novembre 2011)

Le risposte alle drammatiche e urgenti necessità di difendere il pianeta appaiono frammentarie e insufficienti, soprattutto alle giovani generazioni. Gli organi di stampa, l’opinione pubblica e gli esperti che studiano da anni le conseguenze del surriscaldamento globale fanno a gara nel considerare la Conferenza sul clima di Glasgow un fallimento. Uno dei tanti su questo tema. Molti Paesi – ad eccezione di Cina e Russia – hanno assunto impegni formali relativamente alle fonti rinnovabili, alla deforestazione, agli ecosistemi e alla progressiva decarbonizzazione entro il 2050. Ma i numeri sono impietosi. Gli esperti dell’Agenzia per l’ambiente delle Nazioni Unite nel loro ultimo rapporto (https://www.unep.org/resources/adaptation-gap-report-2021 ) dicono che l’obiettivo di limitare la crescita del riscaldamento globale a 1,5° Celsius entro fine secolo non sarà raggiunto.

Risposte non convincenti

 Per il momento nessuno dispone di soluzioni convincenti. Il mantra dell’energia verde, ripetuto ossessivamente, non tiene conto di alcuni dati di fatto. Il vento non c’è sempre e il sole anche. E comunque l’energia eventualmente prodotta deve essere accumulata in batterie che necessitano di grandi quantità di cobalto, litio e nickel, materie prime rare e difficili da trattare. E in ogni caso le batterie si deteriorano con l’uso. Si è calcolato che tutta l’energia verde prodotta nel mondo nel 2019 non sarebbe bastata a sostituire quella fossile in Italia per un anno. La Ue ha fatto della transizione energetica la sua bandiera – forse in mancanza di altro – ma si ha l’impressione che si tratti di una scommessa persa in partenza.

La chimera dell’abbattimento del gas serra del 45% per il 2030

L’espressione «mitigare l’impatto climatico» ha sostituito quella usata prima, e cioè «combattere l’impatto climatico» e ciò da un’idea della realtà. Si tratta di giocare in difesa, di ritirarsi su posizioni più sicure, e non di vincere la battaglia. Sempre secondo gli esperti delle Nazioni Unite bisognerebbe abbattere entro il 2030 il 45% delle emissioni di gas serra. Ma tutti sanno bene, esperti e non esperti, che ciò non avverrà.

Fra le buone intenzioni e le realistiche previsioni il vuoto sembra incolmabile. I maggiori Paesi inquinatori hanno preferito prorogare i loro obiettivi. Gli Usa fanno fatica a impegnarsi per un -10% per il 2030 e vorrebbero raggiungere emissioni zero di Co2 nel 2050. La Russia e la Cina nel 2060, l’India nel 2070. Nel frattempo bisogna prepararsi al peggio. Gli attivisti, gli ecologisti, e soprattutto i giovani, sono delusi dalle parole e vorrebbero vedere i fatti. Per contro, leggendo sui giornali che enormi cifre sono stanziate per nuovi missili ipersonici, viaggi turistici spaziali, ampi quantitativi di armi. Sembra realistica la profezia del primo ministro inglese Boris Johnson secondo cui potremmo assistere in futuro a ondate di collera di massa difficili da fronteggiare. Tuttavia la responsabilità di ciò che accadrà non ricade solo sui politici che governano il mondo. È piuttosto un sistema, un’ideologia, un complesso di convinzioni politiche che bisogna analizzare.

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Youngsters’s hopes belied

The responses to the dramatic and urgent need to somehow save the planet are considered fragmented and inadequate by the younger generations. Over years, the press, the public opinion and the experts have been studying the consequences of global warming, and they talk about a failure as far as the Climate Conference of Glasgow is concerned. And it is just one of many on this issue. Most countries – except China and Russia – have assumed formal commitments regarding the renewable sources, the deforestation, the ecosystems and the progressive decarbonisation by 2050.

The merciless numbers

 But the numbers are merciless. Experts from the United Nations Environment Agency say that the goal of limiting the growth of global warming to 1.5 ° Celsius by the end century will not be reached (see their latest report (https://www.unep.org/resources/adaptation-gap-report-2021). Indeed, global warming could reach 2.7, some say.

For the moment, no one offers good solutions. The mantra of green energy, which is obsessively repeated, actually avoids some facts. The wind is not always there, nor the sun does. In any case, any energy produced must be stored in batteries that require large quantities of cobalt, lithium and nickel, which are all rare and difficult materials to treat. Anyway, the batteries deteriorate with use. Statistics say that all the green energy produced in the world in 2019 would not have been enough to replace the fossil energy in Italy for a year. The EU has made the energy transition its flag – perhaps in the absence of anything else – but you feel that it is a lost bet already from the start.

Good intentions and realistic forecasts

The expression “to mitigate the climate impact” has replaced the previous one namely “to fight the climate impact”. This tells us how ​​reality is. It’s about playing defense, retreating to safer positions, not winning the battle. Also, according to United Nations experts, 45% of greenhouse gas emissions should be cut by 2030. But everyone knows, even the non-experts, that this will not happen. Between good intentions and realistic forecasts, the void seems unbridgeable. The major polluting countries tend to extend their targets. The US is struggling to commit to -10% for 2030 and would like to achieve zero CO2 emissions in 2050. Russia and China in 2060, India in 2070. In the meantime, we should be afraid about the future. Activists, ecologists, and especially the youngsters, are disappointed with words and would like to see the facts.

The perspective of hypersonic missiles, space travel, large quantities of weapons dominates

Actually, they are reading in the newspapers that huge amounts are used for new hypersonic missiles, space travel, large quantities of weapons. The British Prime Minister Boris Johnson has just launched a prophecy: that in the next future we could see waves of mass anger that we couldn’t cope. However, the responsibility for what will happen will not be charged on the politicians ruling the world. That’s because we deal with a system, an ideology, a set of political beliefs that deserve good analyses.

 

 

GIOVANNI CARUSELLI 118 Articoli
Collaboratore di case editrici italiane (Einaudi, Rizzoli, Vallardi, Diakronia, etc.) per testi di storia e filosofia. Autore di saggi, "Il Pci da Gramsci a Occhetto", "Cento anni di storia lombarda" (con altri), "La memoria e le notizie" (con altri).