Chiodi

Man Ray, cadeau

Domenica 4 giugno 1769, James Cook, comandante del brigantino di Sua Maestà Britannica “Endeavour”, all’àncora in un’incantevole baia di Tahiti, scrive sul giornale di bordo di aver comminato la pena di frustate ventiquattro al marinaio Archibald Wolfe, colto furtando.

Di norma, per questo reato, sono previste solo, si fa per dire, dodici frustate.

Raddoppiare la razione non è, per la schiena del malcapitato, una bazzecola, deve trattarsi di un furto particolarmente grave.

Cos’ ha rubato l’Arcibaldo?

Chiodi!

Dal deposito dell’ “Endeavour” egli ha sottratto “una gran quantità di grossi chiodi”, recita il giornale, “alcuni dei quali gli sono stati trovati addosso”.

I chiodi erano un bene prezioso per le navi di allora, che si avventuravano lontane dai porti di salpamento, mettendo prua al largo, su rotte annose, per pelaghi sconosciuti, verso terre selvagge, esotiche e favolose certo, ma sprovviste di arsenali; le inevitabili riparazioni erano eseguite, sotto la guida di uno o due maestri carpentieri, dall’ equipaggio stesso, utilizzando materiali di fortuna; un po’ di legno si poteva sempre rimediare, tagliando qualche albero, la natura è dappertutto, non così i chiodi, per i quali era necessario ricorrere alle scorte.

Ma, perché l’Arcibaldo li ruba?, che se ne fa lui dei chiodi?

A Tahiti, essi hanno valore aggiunto di preziosissima merce di scambio; sono molto richiesti dagli indigeni, che non conoscono il ferro, usano asce di pietra, e li barattano con cibo.

Vuol farsi una scorpacciata fuori rancio, l’Arcibaldo?

Scorpacciata sì, vuol farsi, ma non alimentare.

Le indigene, lascive e discinte, dalle “celestiali forme di Venere” (*) , come le descrive con tratto aulico il Bougainville, li barattano con cosa da sempre agli uomini piacente, e più ancora assai piacente dopo mesi di solitario vagabondar per mare, affetti da una sorta di scorbuto astinenziale, ascrivibile cioè a carenza, assenza a dire il vero, della cosa medesima, punto vitaminica, e surrogata, negli interminabili viaggi, da Venere posticcia, ossia da mozzo innominabile.

Si comprendono ora a tutto orizzonte, le preoccupazioni di Cook, e la conseguente severità nel punire chi spende chiodi in attività voluttuarie, le quali, è risaputo, trascinano i viziosi sul lastrico, a spendere e spandere senza ritegno fino all’ ultimo chiodino, li trascinano, a rompere il salvadanaio, se c’è.

E il salvadanaio c’è, grande grosso e dimolto pieno, galleggia panciuto sulle smeraldine acque della baia, è il brigantino stesso, l’ “Endeavour”, tonnellate e tonnellate di legname – trecentosessantotto  certificano i registri della Royal Navy – tenute assieme da migliaia e migliaia di robusti chiodoni di ferro, una miniera, uno scrigno fiabesco, un cospicuissimo patrimonio chiavereccio a portata di mano.

Par che dicano “tirami fuori di qui”, le capocchie affioranti dal fasciame, dalle costole, dal cassero, dai ponti e dai puntali, da ogni dove; la tentazione di attingere, è forte, si capisce, altre capocchie irrugginite in brache chiedono a dura voce di essere tirate fuori, dirugginite come dio comanda, con acconci sfregamenti di bernarda; e tra capocchie ci s’ intende, eccome.

Due anni prima, per quelle stesse coste, Samuel Wallis, al comando del “Dolphin”, se l’ era vista brutta, poco mancò che glielo rompessero il delfinesco salvadanaio, poco mancò che la fregata gli si sfasciasse sotto i piedi, qua e là furtivamente dischiavata da marinaresca brama, nei recessi più profondi e nascosti, nell’ opera viva, vivente a mollo, manomessa, fin nella sentina; ah, i perfidi e incoscienti viziosi, di cosa sono capaci… sferzati dalla libidine avrebbero strappato chiodi anche alla chiglia.

Quando se ne accorse, il comandante diede poppa all’ isola, allontanandosene con quanto più vento poté raccogliere in vela.

Con l’acqua alla gola, accompagnato da sinistri scricchiolii che gli tolsero il sonno e gli rizzarono il pelo, raggiunse fortunosamente il porto indonesiano di Batavia, oggi Giacarta, dove fece rinchiavare il precario scafo sconnesso; tornò in patria giusto in tempo per informare il salpante Cook sui pericoli corsi.

Di questi primi escursionisti europei in terra tahitiana, nell’ordine, Wallis, Bougainville e Cook, conosciamo la storia dello loro ardimentose imprese, hanno scritto, sappiamo che ricondussero le navi in salvo.

Ma, quante giacciono negli abissi marini schiavate?

Carcasse sepolte, affondate trascinando con sé, giù nel baratro, giù nella notte perenne del profondo, le urla d’imprecazione e d’ orrore delle ciurme, urla di bocche spalancate allo spasimo, fino alle orecchie spalancate, alle orecchie che odono i gemiti del legno che cede all’ impeto dell’onde, così come udirono i gemiti della donna che cedeva all’ impeto della chiavata, avuta in cambio del chiodo che ora li condanna al naufragio.

E lo schianto di legni, annuncio di morte, non è forse lo schianto di membra all’orgasmo, annunciato da gemiti e urla?

Riposino in pace tutti, uomini e navi, negli oscuri cimiteri del

mare.