A scuola di Covid

nella foto si vedono tanti banchi di scuola distanziati con dei ballerini vicino agli stessi banchi
Company dancers. Photo di John Austin.

Nella più radicale incertezza organizzativa, arginata soltanto dalla buona volontà del personale scolastico, settembre ha visto la ripresa delle lezioni in presenza per moltissimi studenti di ogni ordine e grado. Molti, ma non tutti.

 

A fare le spese di alcune zone d’ombra della gestione emergenziale sono stati soprattutto gli alunni più fragili, quelli bisognosi di assistenza specifica, ma anche tutti coloro che hanno già dovuto affrontare i primi malanni di stagione.

La varietà di provvedimenti varati da ogni regione per fronteggiare l’eventualità delle assenze per malattia (a loro volta variamente gestiti dalla prassi medica), si è così sommata ai ritardi e agli errori degli Uffici Scolastici. E si è ridotta la copertura del servizio scolastico in maniera talvolta significativa.

La didattica e il Covid

In questo contesto, la didattica si è dovuta confrontare con una lezione ineludibile, da apprendere, insegnare e praticare al contempo. Quella dell’imprevedibilità. La società alimenta le proprie dinamiche quotidiane con l’abuso del controllo esteso a tutti gli ambiti dell’esistenza.

A causa di ciò, ha faticato profondamente a fare i conti con l’attuale situazione sanitaria. Non solo nella fase più acuta dell’epidemia, dove la severità dei provvedimenti ha messo in crisi il paradigma della gestione capillare, ma ancor più in questo periodo di transizione, tra l’attesa di un progresso medico che non può essere in alcun modo accelerato e la necessaria convivenza con un fattore di rischio imponderabile.

 

La reazione adottata da ciascuno di noi nel lungo svolgersi di questi mesi è dipesa allora dalla nostra consapevolezza di quanto l’obiettivo della perfetta controllabilità sia un’illusione. Quella con cui cerchiamo di sedare il terrore che ci coglie al pensiero che, in effetti, non disponiamo affatto della nostra vita, perché l’alea la domina più di quanto noi potremmo mai fare, sin dal suo inizio e fino al suo termine.

La fragilità del vivere

Che la pandemia ci abbia irrimediabilmente posti di fronte alla certezza della nostra mortalità non significa semplicemente che questa eventualità sia da ciascuno percepita come propria.

Vuole soprattutto dire che tutto del nostro vivere si è rivelato nella sua fragilità con la quale ora dobbiamo convivere, e che ci si ripresenta ad ogni annuncio di regole, ad ogni igienizzazione delle mani, ad ogni abbraccio mancato o risata distante. Proprio nel momento in cui ci scopriamo più fragili dobbiamo imparare a fare a meno della condivisione fisica che renderebbe tutto più sopportabile.

Il comportamento degli studenti

E loro, i moltissimi studenti che affrontano questa sfida con noi, danno prova di una piena compenetrazione e responsabilità da cui si deve apprendere.

Rendono l’aria elettrica di complicità anche seduti composti nei banchi. Rubano lo scintillio di un sorriso all’abbassarsi della mascherina per addentare la merenda. Chiacchierano sottovoce, anche con la bocca coperta. E soffrono più fortemente di quanto sia concesso a noi adulti, ma vivono anche più profondamente, più radicalmente, avendo compreso che l’unico modo per navigare a vista è saper cavalcare le onde. Speriamo che riescano ad insegnarcelo.